Gotor uno e trino: senatore- storico-investigatore

paolocuccMiguel Gotor è un caso unico nel panorama dei “casi italiani”: è senatore del Pd, storico, con studi di esordio sui processi per stregoneria e sull’Inquisizione, è “filologo” delle lettere di Aldo Moro dalla prigione.

Ora sappiamo che è anche una sorta di magistrato, un inquirente preventivo che non pone problemi, ma emette “sentenze” ancor prima di poter leggere, capire e riflettere.

Quando uscì il film Romanzo di una strage nel 2012, Gotor sentenziò che si trattava di un’operazione discutibile e che quella della “doppia bomba” a Piazza Fontana, illustrata nel volume “Il segreto di Piazza Fontana” che avevo pubblicato tre anni prima, era nulla, meno di niente – nonostante 700 fitte pagine di fatti e cose – perché, dopo che la magistratura aveva alzato bandiera bianca su quella vicenda, toccava agli storici esprimersi con la ponderatezza, l’acutezza, l’apertura di mente e spirito che gli è propria.

Solo che Gotor attaccò duramente libro e film senza aver letto il primo e visto il secondo. Si andò a scusare con il regista Marco Tullio Giordana e con i produttori; il film era bellissimo – disse ai tre – ma tacque sul libro da cui era stato tratto e che aveva bollato come inattendibile ovunque aveva potuto dire la sua.

Ora Gotor, che ha scritto due libri sulle lettere dal carcere e sul memoriale Moro, attacca, senza averla capita, letta e valutata, l’inchiesta su Via Fani che ho scritto per la mia agenzia e pubblicata oggi da tutti i giornali: “Una polpetta avvelenata per la commissione Moro”, spiega erga omes l’uno e trino all’Unità.

I fatti, certamente da valutare e scandagliare in tutti gli aspetti e sfaccettature, hanno un valore intrinsecamente negativo per il nostro storico-senatore-inquirente?

Gotor sembra esprimere un paradosso filologico: che analizzate le lettere da parte sua, il Caso Moro sia sostanzialmente chiuso, esaurito e che tutte le cose che non sono nei suoi libri siano dei depistaggi. Al massimo delle fole da disperdere quanto prima al vento di una seria ricerca storica che rimetta ordine lì dove sembra regnare solo il caos indistinto.

Una cosa è certa: la via “filologica” alle lettere di Moro non ci potrà mai dare la verità sul caso Moro. Anche perché il senatore-storico ha non visto passaggi fondamentali della vicenda della prigionia del Presidente della Dc. Faccio un solo un esempio: Aldo Moro, prima ancora che venga condannato a morte dalle Br, stila, ai primi di aprile del 1978, cinque testamenti e si prepara a morire: Perché? In che luogo? Come mai un dato scientifico così rilevante non è posto al centro dell’interpretazione delle lettere di Moro?

Potrei citare molti altri problemi che pone la mancata interpretazione avanzata da Gotor di questo e di altri punti salienti della vicenda che è stata “racchiusa” dallo storico dentro le sole lettere e il Memoriale, così come le Br hanno “racchiuso Moro” – a loro dire – solo nel budello-prigione di via Montalcini n. 8 interno 1.

Enrico Rossi, l’ispettore superiore che ha fatto le rivelazioni su via Fani, è pronto a parlare solo davanti al Pm di Roma che indaga e al Parlamento, cioè la Commissione d’inchiesta.

Mi piacerebbe che ci fossero in Italia milioni di Signor Rossi come Enrico Rossi e visto che certamente Gotor farà parte della commissione d’inchiesta parlamentare in quella sede sarà molto interessante capire, sentire, vedere, se le lettere e il Memoriale di Moro possono contenere tutta la “verità” sul caso o se si debba lasciare spazio al giornalismo di inchiesta e al libero lavoro dei magistrati ben motivati a sciogliere quello che lo storico Giorgio Galli ha definito il “mistero dei misteri”. Gotor, permettendo, naturalmente.

Paolo Cucchiarelli (24 marzo 2014)

Le falsità di Adriano Sofri su «Il segreto di Piazza Fontana»

Per chi se lo fosse perso, pubblico anche in questa sede il dibattito (se così lo si vuole chiamare…) con Sofri sulla mia inchiesta.

Sofri ha pubblicato nel sito 43anni.it un eBook per contestare alcuni elementi essenziali del mio lavoro quali la doppia logica e il ruolo di Pinelli. Lo ha fatto scrivendo un mucchio di falsità a scoppio ritardato: avesse mosso le sue critiche 3 anni fa con l’uscita del libro, l’avremmo capito. Invece ha preferito attendere che l’inchiesta arrivasse al grande pubblico attraverso il cinema di Marco Tullio Giordana (Romanzo di una strage).
Potete leggere qui Piazza Fontana, un libro, un film, l’eBook di Adriano Sofri.

Ho risposto punto per punto alla superficiale (e forse capziosa?) analisi di Sofri. Un’anteprima della risposta ad Adriano Sofri), è stata pubblicata sul sito http://www.cadoinpiedi.it il mio eBook completo, invece, lo puoi scaricare subito.

Per finire. Ho posto 5 domande ad Adriano Sofri. Sto ancora aspettando le sue risposte.
Nell’attesa, vi ripropongo le domande.
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Morte di un commissario scomodo

Luigi CalabresiCorreva l’anno 1972 quando, il 17 maggio, immediatamente dopo le tormentate elezioni politiche, il commissario Luigi Calabresi della Squadra Politica della Questura di Milano venne assassinato da ignoti killer davanti alla sua abitazione in via Cherubini. Se inizialmente le indagini si concentrarono sulla pista “nera” e dei traffici di armi, e specificamente su Gianni Nardi delle SAM (Squadre d’Azione Mussolini) che sarebbe successivamente salito alla ribalta delle cronache per la presenza del suo nominativo in una lista di elementi “reclutabili” nell’organizzazione paramilitare atlantica GLADIO e per la riesumazione del suo cadavere quando vennero avanzati dubbi e sospetti sull’incidente stradale a Malaga in Spagna in cui presumibilmente perì nel 1976. La vicenda giudiziaria ed investigativa del caso Calabresi si è invece conclusa con la condanna di alcuni ex militanti della più rilevante e prestigiosa organizzazione extraparlamentare di estrema sinistra, Lotta Continua con condanne comminate ad Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani, Ovidio Bompressi e Leonardo Marino, quest’ultimo con pena ridotta poiché l’inchiesta venne originata nel 1988 dalla sua “confessione” e dal suo “pentimento” offerti ai carabinieri.

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La miccia nel salone della Bna a Piazza Fontana e il calzino sinistro di Aldo Moro a via Caetani

Il segreto di piazza FontanaC’è un’ intera parte del libro “Il segreto di Piazza Fontana” dedicata a “Quello che manca”  dall’inchiesta sulla strage del 1969. Solo il tener conto di quello che è stato sottratto, manipolato e vanificato all’interno dell’inchiesta giudiziaria, infatti, può indicare la strada della “operazione di intelligence”  e delle “doppie bombe” dando così una spiegazione al perché organi dello Stato si sono impegnati proprio a depistare mischiando i reperti, sottraendo elementi fondamentali, come la miccia, facendo fuggire all’estero  testimoni o imputati. E’ giusto chiedersi, cercare di capire, quale fosse il “segreto” da tutelare, quale l’interesse che aveva lo Stato a intervenire così direttamente e pesantemente. La risposta complessiva di 700 pagine e univoca: “le doppie bombe” con la necessità di coprire i gruppi fascisti lasciando nel “cono di luce” delle indagini solo la sinistra.

Un capitolo del libro è dedicato alla miccia scomparsa dalla Banca Nazionale dell’Agricoltura. Quella miccia, lunga alcuni centimetri che bruciava alla velocità di uno al secondo, di produzione italiana, ricoperta di guttaperga, era stata vista e ritrovata dal perito Teonesto Cerri arrivato per i primi rilievi dopo la strage. Ci sono decine di sue interviste a testimoniarlo.

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